Sabrina Ciccarelli

Sabrina Ciccarelli

In Danimarca esiste una libreria dove puoi prendere in prestito delle persone in carne ed ossa per ascoltare i loro racconti di vita.

Quando la mia collega Cleide si imbatte in questa notizia mi telefona immediatamente: 

“Sabrina, perché non facciamo la stessa cosa qui? Possiamo creare una piccola biblioteca dove chiunque possa condividere la sua storia ed essere di sostegno ad altre persone… Che ne pensi?”

Sentendo il suo entusiasmo e intuendo le potenzialità di un progetto simile, non ho alcuna esitazione! 

“Va bene - rispondo - “Facciamolo!”

Prendere in prestito una persona in carne ed ossa come se fosse un libro … è un’idea un po’ stravagante ma, perché no? 

Cleide ed io siamo abituate a lavorare in tandem ed è sempre un’esperienza appagante e ricca di lezioni da portare a casa, solo per questo direi si ad ogni cosa che mi propone!

E poi, sarà il momento di estrema povertà nelle relazioni sociali che mi porta a sognare un mondo dove ci si incontra nuovamente davanti ad un tè per raccontarci una storia, sarà che credo profondamente nel potere curativo dei racconti, ma non posso non innamorami subito di questa iniziativa.

Ed ora eccoci qua,  all’inizio di una bellissima nuova avventura da condurre insieme! 

Dopo pochissimi giorni di incubazione, la nostra Libreria Vivente sta finalmente partendo.

Moltissime persone hanno deciso di diventare “libri parlanti”, altre si sono messe in lista di attesa per leggere le originalissime narrazioni in essa custodite.

 

Ma come funziona, in pratica, la Libreria Vivente?

È tutto molto semplice... 

Il Gioco della Libreria Vivente: un mondo di storie tutte da scoprire e da ascoltare

La Libreria Vivente ha come idea di fondo il lasciare che le persone possano essere aperte e “sfogliate”, esattamente come fossero libri

In questa strana biblioteca, gli individui in carne ed ossa si trasformano momentaneamente in “pagine parlanti" che possono essere prese in prestito e intervistate, o anche solo ascoltate in silenzio. 

Dalla nostra lunga esperienza a contatto con le persone, abbiamo appreso che per raccontare episodi di valore non occorre aver compiuto imprese eccezionali. 

Non importa aver scalato il Terminillo o essere riusciti a salvare tutte le nutrie del Tevere per essere di ispirazione ad un’altro essere umano.

A volte, è sufficiente narrare come abbiamo superato un ostacolo, come abbiamo risolto una situazione, come abbiamo conquistato un obiettivo ... e possiamo essere di aiuto a chi ci ascolta! 

Crediamo, infatti, che ciò che diamo per scontato nella nostra vita possa diventare un insegnamento importante per un altra persona che sta vivendo la stessa situazione.

Oltre a ricevere un sostegno emotivo ascoltando la storia di un altro essere umano, il lettore può anche usufruire di altri vantaggi, come ad esempio allargare il suo punto di vista su vari argomenti e questioni. Conoscere meglio le persone e il loro vissuto ci aiuta ad entrare in mondi diversi e poco conosciuti, allena l’empatia e apre il nostro sguardo su molte realtà che possono essere oggetto di pregiudizi e false credenze. 

Attraverso il racconto e l'ascolto possiamo offrire aiuto, sentirci utili e nel contempo godere dello scambio umano che ci fa crescere insieme a persone simili e diversissime da noi, in un confronto costruttivo ed arricchente per entrambe le parti. 

Perché perdere un'occasione come questa? 

 

Come diventare un Libro Vivente e donare agli altri la propria esperienza 

Al momento contiamo già su tantissime persone che si sono offerte di raccontare la propria storia.

La Libreria sta pian piano popolandosi di “titoli” che stanno facendo presagire la magia che si sprigionerà entrando in questa straordinaria esperienza.

Ma come decidere la nostra “headline?”

Il titolo è un modo per presentarci e per dare un’idea del contenuto del nostro racconto.

Nella biblioteca non figurerà il nostro nome, ma solo la lista di titoli con accanto il numero di telefono o il riferimento attraverso il quale il narratore vuole essere contattato dai potenziali lettori. 

L'interessato scriverà un messaggio senza sapere chi c'è dall'altra parte del filo... potrà rispondere un uomo o una donna, potrà essere grande, giovane, italiano o straniera... quello che conta è la storia che è stata scelta e che siamo impazienti di ascoltare. 

Una volta consultata la lista, quindi, i lettori saranno liberi di prenotare la storia da ascoltare, semplicemente scrivendo un messaggio all'interessato e concordando un appuntamento. 

Per il momento, gli incontri avverranno al telefono oppure in videochiamata.

Un giorno non molto lontano torneremo ad incontrarci di persona e leggere e raccontare saranno un ottimo pretesto per stringere nuove amicizie e allargare gli orizzonti della nostra esperienza. 

 

Il Titolo racconta molto di noi. Qualche esempio tratto dalla nostra Libreria Vivente 

- La vita che non ti aspetti

- Mamma di pancia e mamma di cuore: l'affido

- Con il sorriso, sempre!

- Il coraggio di cambiare

- Abili nel cuore

- La gioia di partorire

- La forza della resilienza

- Un'amicizia complementare

- Ce la possiamo fare!

- La rosa della famiglia Addams

- Una mamma in affanno

- L'amore oltre la disabilità

- Io sono in te e tu sei in me: noi siamo uno

- Madre in gabbia

- NewYork tra mito e realtà

- Amarsi più di prima, dopo inaccettabili rivelazioni

- Non tutti i padri vengono per nuocere

- Amici per caso, genitori per scelta

- Anima migrante

- La clinica del perdono

- La targhetta del tempo

- Che m'areggi i zoccoli?

- Alla scoperta di me, il mio cammino verso me stessa

- Il ragazzo partigiano

 

“La Human Library”: come nasce e perché: alcuni cenni storici sulla fonte di ispirazione del nostro progetto

La Human Library nasce nella primavera del 2000 in Danimarca, a Copenhagen, per mano di Ronni Abergel e suo fratello Dany, con l’aiuto dei colleghi Asma Mouna and Christoffer Erichsen. 

La scintilla che da vita a questa iniziativa è l’aggressione razzista che capita ad un membro del loro gruppo e che fa nascere una riflessione sui motivi alla base di molti atti violenti.

Combattere l’ignoranza e l’odio immotivato diventa l’obiettivo principale del progetto.

Molti individui che si offrono di diventare “libri” fanno parte di minoranze e sono coscienti di avere un problema nell’essere visti e riconosciuti dalla maggioranza delle persone.

Oggi, l’organizzazione si è radicata in ben cinquanta Paesi. Alcune biblioteche sono permanenti, altre vengono allestite solo per un breve periodo.

 

TI È PIACIUTO IL NOSTRO PROGETTO? 

Se la nostra iniziativa ti ha entusiasmato e vuoi far parte dello Staff dei narratori della nostra Libreria Vivente, allora segui attentamente le istruzioni per unirti al progetto :)

Istruzioni per i narratori:

  • Mandare un messaggio ai numeri 335 28 38 28 - 334 353 11 54 scrivendo dove potere ricevere i moduli di adesione.
  • Indicare un numero telefonico/mail/profilo dove poter essere contattati dai lettori.
  • Compilare e restituire il modulo per il consenso alla privacy (importantissimo) al fine di poter essere inseriti nella lista dei libri parlanti. 

Ricordiamo a tutti gli associati il divieto di fare pubblicità alle proprie professioni/attività commerciali e di non utilizzare i contatti ricevuti per inviare materiale di promozione  personale. 

Alla base del nostro progetto c'è la voglia di connettersi in modo libero e gratuito, al fine di crescere insieme emozionandoci e divertendoci!

Siamo tutti libri aperti, lasciamoci leggere...

 

 

Il mio è un lavoro particolare. Per uno psicologo non è facile separare ciò che fa in studio da ciò che è fuori, né è sempre possibile lasciar cadere la penna a fine seduta e tornare a casa senza portare dietro quel carico di emozioni che emergono attraverso ogni tappa della terapia.  

Un’energia potente sgorga dai fiumi di parole, dai gesti, dai silenzi condivisi nel caldo guscio della Stanza 1, la mia preferita, quella con la stampa di Klimt alle mie spalle e i pesciolini nell’acquario che danzano, ignari di tutto il dolore che scorre.

Da quando esercito, non c’è una persona che non abbia lasciato un piccolo cambiamento in me, nel mio modo di vedere il mondo. 

Ogni racconto è una finestra da aprire e un labirinto nuovo da percorrere insieme, ogni domanda è una tela da dipingere con colori spesso solo distrattamente dimenticati in un vecchio cassetto. 

Non sempre scrivo ciò che mi lascia questo ricchissimo scambio umano. Stasera, però, non riesco a dormire senza scrivere le emozioni che sento dentroIl colloquio di oggi pomeriggio ha lasciato in me una dolcezza infinita e una profonda gratitudine. 

Così, anche se la mia Signorinaocchigrandi non può leggere queste mie parole, io le scrivo lo stesso, affinché il mio pensiero e la mia energia la possano raggiungere e arrivare anche a tutti quei ragazzi che vivono le ruvidità di questo presente un po’ diverso da come lo avevamo immaginato per loro. 

Lettera aperta alla mia giovane paziente 

“Cara Signorinaocchigrandi, prima di tutto le vorrei dire che è un onore aver ricevuto la sua richiesta di aiuto e un privilegio riuscire a portare un pezzetto di sereno nel suo caos fatto di dossi, salite e curve strette. 

L’adolescenza è una brutta bestia. 

Lo è per lei, ma lo è stato (davvero) per tutti.

Non posso dirle ciò che ho pensato e fatto io alla sua età, il codice deontologico non prevede tali confidenze ... Ma mi creda sulla parola: se ce l’ho fatta io, ce la farà di sicuro lei, che si vede lontano un miglio che ha la stoffa dei campioni.

Le cose che vuole dirmi già le so, le leggo nel velo di tristezza che le incurva le spalle.

Andare a scuola era noioso, ma ha appena scoperto che non andarci è forse peggio.

Ha pian piano dovuto rinunciare alla sua vita, un pezzo alla volta, mollando lo sport, le passeggiate in gruppo, i fast food nel pomeriggio, le prime serate in disco, gli sleep over, le gite, i giri in metro fino in centro, gli ape colorati e le cioccolate con panna nei bar affollati di risate e schiamazzi. 

Ha dovuto festeggiare i compleanni in due o tre gatti spennati, senza vestito elegante e senza poter abbracciare i nonni. 

Ha passato il Natale più solitario della sua giovane vita e ha dovuto programmare le uscite guardando il rosso sul calendario invece del grigio del cielo. 

Ha dovuto fare amicizia attraverso uno schermo, rinunciando agli amori immediati e spontanei che nascono dallo star insieme fuori casa ore e ore a cazzeggiare, vagando senza meta, bevendo dallo stesso bicchiere e trovandosi ad un tratto così vicini da potersi sfiorare e baciare.

È facile in questa palude di stimoli mutilati sentirsi soli. Impauriti. Sbagliati.

È naturale piangere a fiumi, o restare seduti muti come arbusti, se ogni volta che ti alzi "ci" prendi la sveglia.

Però voglio dirle una cosa Signorinaocchigrandi: diventare adulti è un’impresa ardua da sempre.

Per ogni donna e per ogni uomo del pianeta l’adolescenza è lo stesso identico film, cambiano i personaggi, gli scenari, i dialoghi … ma la storia è sempre la stessa: tu stai di merd@ e il mondo non si volta a raccogliere i pezzi di cuore che spargi per strada.

Lei Signorina oggi fa una scelta coraggiosa, ferma la giostra che non la diverte più e socchiude la mia porta.

E non sarà divertente, né facile aprirla. 

Da qui intravedo un cammino pieno di semafori, fango e tunnel segreti ancora da mappare.

Lei mi guarda speranzosa dopo che l’ora è scivolata via, lo sguardo teso che attende indicazioni e risposte, ed io in cambio le offro solo un sacchetto pieno zeppo di nuove domande. 

Le dico solo una cosa, e magari non colmerò il suo vuoto (ma il mio un po' si) : il male che sente ora non durerà per sempre. 

Un giorno lei si volterà e sorriderà della sua meravigliosa vulnerabilità, dei suoi pensieri un po’ pazzi.

Non c’è crescita senza dolore e non esiste felicità senza termini di paragone incisi sulla nostra pelle.

Io so che una vita straordinaria la aspetta là fuori, insieme ad una cascata di esperienze meravigliose da scoprire, scartare e gustare come quadretti di cioccolata trovati sul cammino. Lo so perché vedo nei suoi occhi grandi le mille e più risorse ripiegate nei suoi “Non credo”, nei suoi “Non so”.

Stasera vada a letto pensando di esser stata coraggiosa, prima di chiudere gli occhi si concentri sulla forza che sobbolle in lei e sorrida: respirare in un sorriso renderà il sonno sereno e luminosi i suoi sogni. 

In attesa del vento giusto e finché lei me lo chiederà, soffieremo insieme per spiegare metro metro le sue ampie e maestose vele. 

Il futuro è lì che aspetta radioso, come un sole nascosto oltre le nubi di questo stop.

Adesso posso finalmente posare la penna ;) e sperare di avere sogni luminosi anche io, perché sto respirando a fondo e perché sto sorridendo, grata di ciò che ho ricevuto anche stavolta. 

Buonanotte Missocchigrandi ... e buon viaggio a noi.

Anni fa, ho fatto un lungo viaggio in Florida con la mia famiglia.

Miami è stata una dolce scoperta: il clima caraibico ci permetteva di andare a maniche corte in quello che per noi era pieno inverno ed ogni giorno andavamo alla scoperta di posti nuovi che mi lasciavano incantata per la bellezza e l'unicità della natura.

Come sempre accade quando sono in "modalità escursione", però, è stato l'incontro con le persone a lasciare in me la traccia più profonda.

Ogni viaggio, infatti, è un'occasione imperdibile per conoscere un po' meglio l'essere umano e, perché no, per scoprire anche delle parti nascoste di me che non aspettano altro che l'occasione giusta per emergere.

Spero che questo mio piccolo racconto porti un po' di leggerezza a chi legge, insieme alla possibilità di immaginare luoghi lontani e diversi in un momento in cui siamo tutti impossibilitati a viaggiare.

Spero anche che i miei pensieri stimolino le solite domande sulle nostre abitudini di pensiero e sulle mille cose che vorremmo e potremmo cambiare nelle nostre vite, persino senza muoverci di un metro dal nostro isolato!

Buona lettura :)

 

Take the Bus and... Take your time!

Sono entrata in un sogno qui in America, il sogno di ogni bambino. E non visitando Magic Kingdom, che pure è stata una bella esperienza, ma salendo su un anonimo "bus". 

A Miami funziona così: se vuoi prendere il "bus" gli fai un cenno dalla fermata ed esso si ferma.

Fin qui tutto uguale.

Stranamente, però, a Miami puoi salire su senza violentare il muro umano che nei tram romani si stipa contro le entrate (e le uscite) e trovi anche posto a sedere.

Prima di prendere posto, l'autista ti saluta e ti chiede come stai.

Già lì pensi di stare su "Candid Camera" o qualche programma simile dove ti prendono per il bavero e ti guardi in giro un po' sospettoso. Non vedendo movimenti sospetti, rispondi "Ciao, fine thank you, l'America is great" ... mischiando un po' le lingue così il pover uomo capisce che, quando e se chiederai indicazioni stradali, non dovrà partirti di "slang" a tutta canna.

Per fare il biglietto non devi girare seicento tabaccherie sempre chiuse quando hai bisogno, ma puoi farlo direttamente sul bus.

Se sai quanto devi mettere nella macchinetta lo fai da solo, altrimenti lui/lei (tantissime donne) ti aiuta, e tu puoi infilare le banconote al contrario o starci anche un secolo a scegliere le monetine giuste e nessuno dei passeggeri sclera.

Se c'è una persona diversamente abile alla fermata, l'autista si ferma, prepara lo spazio per la sedia a rotelle (tante macchinine elettriche) piegando i normali sedili, poi con tranquillità scende e mette la pedana speciale per far salire la persona. 

Se sei un amante della  bicicletta la puoi sistemare nel porta-bici situato sul muso del bus, e tutti aspettano senza emettere un fiato che la appendi e che la togli (immagina qui i commenti ... "dajeeee bbelloooo, 'nnamooo!!). 

Ciò che mi ha colpito di più però, è stata una piccola cosa.

Una vecchietta è salita e con calma è andata a sedersi sugli ultimi sedili, senza avvinghiarsi alle maniglie, senza tuffarsi sul primo posto libero. Solo pochi secondi dopo ho capito perché: lo sguardo dell'autista la seguiva nello specchietto retrovisore. Il bus non è partito finché la donna non si è messa comoda, e lei, sapendo quello sguardo premuroso su di sé, prendeva il suo tempo.

Qui usa molto dire alle persone "Take your time".

Credo che sia bellissimo regalare tempo e rispettare il tempo degli altri, ed in questo, purtroppo, abbiamo molto da imparare. 

Sono entrata in un sogno. Non era Magic Kingdom. 

Era un paese dove ogni bambino vorrebbe prendere l'autobus e coltivare il proprio tempo.

 

E a te succede di avere la sensazione di essere padrone del tuo tempo?

Quante volte ti accade?

C'è un episodio significativo che vuoi raccontarmi?

Scrivi una mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.  con i tuoi pensieri sul tempo, leggerò con cura ogni racconto!

 

Giorni fa ho subito un lutto molto pesante. Laura, la mia amica del cuore, è morta improvvisamente ed io sono stata fra i primi ad arrivare a casa sua. Sono grata per aver avuto la possibilità di salutarla, per essermi presa il mio lungo, infinito tempo con lei. Ho avuto modo di stare in silenzio vicino al suo corpo, ho potuto accarezzare i suoi capelli e sfiorare con dolcezza, per l’ultima volta, il suo viso a me così caro. 

Il peggio è venuto dopo qualche ora. Con l’arrivo di amici, parenti, dottori, preti e necrofori siamo entrati in un frullatore di emozioni, parole e azioni che hanno reso il momento di dolore ancora più complicato.

So che niente è in grado di evitare il dolore che si prova nel vedere scomparire all’improvviso un proprio amato, ma da osservatrice delle relazioni umane e da “esperta del cambiamento”, non posso che mettermi alla ricerca di risposte che ci aiutino a vivere meglio, per quanto possibile, una fase di transizione così delicata.

Prepararsi alla morte. Un’operazione possibile?

Sono tanti i motivi per cui proviamo dolore nel momento della morte di un proprio caro e non esiste un modo di soffrire che sia uguale per tutti. Ognuno ha la propria maniera di affrontare la sofferenza, e anche nel corso della propria vita nessun lutto è mai uguale ad un altro.

Credo, però, che ci sia un motivo di sofferenza che ci accomuni tutti: il non essere preparati. Ma si può mai essere preparati alla morte? A mio avviso si, o meglio no, se non si parte da una giusta preparazione alla vita. 

Prepararsi alla vita. L’importanza del concetto di “ciclo vitale”

“Per essere preparati alla morte occorre prepararsi alla vita.”

Cosa intendo con queste parole? Con “essere preparati alla vita” intendo l’essere messi in grado di poter affrontare al meglio le varie fasi di cambiamento che il ciclo vitale prevede per ciascuno di noi.

Ogni fase del nostro sviluppo come esseri umani prevede delle sfide che portano in sé degli ostacoli, difficoltà più o meno prevedibili che caratterizzano quel passaggio lì e non altri. 

Per esempio, quando un ragazzo entra in adolescenza è prevedibile che possa sviluppare dei comportamenti di opposizione rispetto alle regole familiari, che possa chiudere o variare la comunicazione con i propri genitori, che possa sviluppare delle insicurezze e delle ansie legate alle modificazioni che avvengono nel proprio corpo. Non è detto che ciò accada, ma è molto probabile che uno o tutti questi comportamenti possano apparire, spaventando i genitori che non riconoscono più il proprio “pargolo”. 

Conoscere da prima quelle che sono le criticità tipiche di ogni passaggio del ciclo vitale è un ottimo strumento per non perdere la direzione e per mantenere la fiducia nelle proprie possibilità di risolvere problemi considerati “normali” per quella fase. 

Oltre ai problemi prevedibili, ci sono anche quegli eventi che arrivano inaspettatamente, la classica legnata fra capo e collo, ed il caso della morte della mia amica ne è un classico esempio. 

Sono terremoti improvvisi, dolori lancinanti che si abbattono sul nostro mondo rendendo ogni paesaggio più povero e privo di colore.

Anche in questi terribili casi, possono essere adottati un pensiero e delle strategie che ci rendono più forti, nonostante la sofferenza e la vulnerabilità sperimentata in tali momenti. 

Molte persone sono naturalmente portate a far tesoro del dolore che ricevono e a trasformarlo in benzina per ripartire più forti di prima, altre non riescono a reagire e devono essere aiutate a superare in modo costruttivo le proprie sofferenze. 

La felicità non è un evento casuale, essere felici nonostante tutto è una scelta fatta di tanti tasselli che si incastrano in sequenza. Come costruire i tasselli, e come organizzare dei bellissimi disegni è un’arte che si può apprendere in qualsiasi momento e a qualsiasi età.

Le lacune formative dell’epoca moderna, pensiamo di sapere tutto di tutto e non sappiamo nulla di noi stessi 

Nella mia esperienza, ho potuto constatare quanto anche nel nostro modernissimo e informatissimo mondo manchi un’adeguata “istruzione” rispetto alle prevedibili difficoltà che accompagnano i diversi momenti dell’esistenza. Oltre a non sapere, siamo anche lasciati soli, senza una guida, nel momento in cui queste difficoltà puntualmente prendono forma.

Prendiamo l’esempio della nascita di un figlio. Quanti di noi sono davvero preparati a questo evento?

I media e le pubblicità ci fanno pensare che crescere un bambino sia una passeggiata di salute all’ombra di girasoli e sorrisi, ma… siamo davvero tutti consapevoli fino in fondo dei dei disagi e delle fatiche che comporta il diventare genitori? Un tempo, prima di stringere al petto il proprio bebé, le donne avevan visto partorire zie, sorelle e magari anche la loro stessa mamma.  Erano coscienti della fatica che comporta la crescita di un figlio e potevano contare sull’aiuto del gruppo familiare. Oggi, può capitare di arrivare a casa con il nostro fagottino urlante senza mai aver visto prima un neonato e senza sapere dove mettere le mani. Questa mancata “preparazione” e l’assenza di figure-guida alle quali appoggiarsi, possono causare nei genitori ansia, stress e nei casi peggiori stati depressivi molto pericolosi per la vita della mamma e del bambino. 

Lo stesso stordimento può verificarsi di fronte alla malattia, quando rimaniamo impietriti di fronte alle parole di un medico non troppo empatico che ci comunica una diagnosi nefasta, oppure di fronte alla morte, non riuscendo a toccare il corpo della persona cara che si è appena spenta o non accettando per anni che il fatto si sia realmente verificato. 

Questo tipo di “lacuna formativa” tocca molti passaggi fondamentali della vita dell’uomo e della donna, dal menarca all’andropausa, dal parto alla morte, passando per tutti gli step intermedi.

Ma perché se certi eventi sono inevitabili e parte integrante della vita, non dedichiamo tempo ed energie per “prepararci” al meglio delle nostre possibilità? La paura, la vergogna, il pudore possono essere i nostri grandi ostacoli sul cammino.

 

La paura si combatte con la felicità. Come arrivare a questa meta ambita? 

Come costruire la felicità: l’importanza di crescere con le giuste informazioni

In famiglia il pudore, la vergogna e la paura spesso bloccano la comunicazione sui temi legati al sesso, alla malattia e alla morte. 

In molti casi manca persino il tempo materiale per aprire certi discorsi: si lavora, si mangia, si dorme, poi ti svegli un giorno e tuo figlio ti sta chiamando dal Campus. 

E se in famiglia non si parla, a scuola le cose non vanno meglio. I programmi sono datati e non prevedono la cura di intelligenze diverse da quella logica e verbale, manca totalmente l’attenzione allo sviluppo dell’intelligenza emotiva e i temi legati alla sessualità e all’affettività sono trascurati e messi dietro ad altre “priorità”.

Leggere libri di psicologia, fare corsi di crescita personale, crearsi una propria cultura su questi temi, sono strumenti essenziali per poter affrontare al meglio le sfide che la vita ci propone. 

Anche ricorrere all’aiuto di un esperto può aiutarci ad allargare il nostro punto di vista sui problemi e può essere di grande beneficio nel riordinare le emozioni scatenate dai bruschi cambiamenti.

Come costruire la felicità: l’importanza di creare antidoti al dolore

Oltre ad acquisire le giuste informazioni su quelle che sono le difficoltà tipiche di ogni fase di vita, occorre anche mettere il focus su quello che possiamo definire il nostro “giardino interiore”, creando dei veri e propri antidoti al dolore. 

Da ciò che osservo nel mio lavoro e dal tipo di problemi che le persone mi confidano, nasce in me la certezza che non stiamo dando la giusta attenzione a quelli che sono i valori fondamentali legati alla felicità di ogni essere umano. Inseguiamo spesso situazioni che una volta raggiunte non ci rendono felici, desideriamo sovente oggetti che una volta ottenuti mettiamo da parte. Siamo sempre alla ricerca di qualcosa che non c’è.

Quanto del nostro tempo è dedicato a capire quali sono i valori nei quali ci riconosciamo? 

Quanto ad affinare le abilità cardine che sono utili alla costruzione della nostra realizzazione personale?

È essenziale iniziare a coltivare fin da giovanissimi quelle qualità e quelle abilità che ci renderanno più forti e preparati a fronteggiare gli eventi.

Le medicine che stimolano la nostra felicità sono anche gli antidoti efficaci contro l'incertezza e il dolore che la vita ha previsto per noi.

Le tradizioni filosofiche più antiche, le discipline orientali e anche la psicologia positiva, nel suo piccolo, sono in grado di fornire gratuitamente una piccola preziosissima cassettina di attrezzi essenziali per vivere meglio e per affrontare i momenti di estrema difficoltà. 

Consapevolezza, coraggio, generosità, gratitudine, gentilezza, capacità di accettare, saper mettere da parte il proprio ego, riuscire a cogliere la bellezza collaterale, sentirsi parte della natura e del cosmo, restare nel qui e ora: questi sono solo alcuni degli strumenti che dovremmo conoscere, acquisire e saper maneggiare con cura. Abilità, pratiche e qualità spesso ritenute poco utili nella vita e che invece sono strumenti in grado di salvarci anche dalla morte. 

Mi chiedo se un giorno riusciremo a raggiungere un livello così alto di evoluzione interiore, e lo spero intensamente. La motivazione che muove il mio lavoro è la certezza che ognuno di noi possa fermarsi a riflettere sul proprio agire nel mondo e chiunque sia in grado di cambiare, un piccolo pezzettino alla volta, il proprio pensare, il proprio sentire e le azioni che ne conseguono.

Da oggi io stessa continuerò a fare tutte le azioni che so essere utili e preziose al mio benessere, affinché la gioia venga coltivata. 

Proverò ad agire sui miei pensieri, tentando di prendere questo dolore e a trasformarlo in profonda gratitudine per tutto ciò che ho potuto cogliere da questo legame così intenso e profondo. Incontrerò la mia amica in meditazione, o nei sogni che sempre faccio, pieni di colore, amore e vita. 

Infine, adopererò le mie energie affinché da questa esperienza nascano dei bei pensieri e dei progetti che possano essere utili, affinché tutti i semini piantati dalla mia amica Laura nascano e crescano nel calore del sole.

Dedicato a Laura Moreschi alias Lalla Palla. Che il tuo sorriso continui a portare luce su ogni cuore triste.

 

“Ti preoccupi troppo di ciò che era e di ciò che sarà.

Ieri è storia, domani è un mistero, ma oggi è un dono, per questo si chiama presente”

Maestro Oogway

Il maestro Oogway consegna queste parole al suo discepolo che lo ascolta attentamente spalancando gli occhioni grandi da panda davanti a tale meravigliosa rivelazione.

Si dice che questa piccola formula segreta del saper vivere felicemente fosse già uscita dalle labbra della famosa attivista per i diritti civili Eleanor Roosvelt, ma si sa, un cartone animato emoziona più di cento libri di storia! 

E così, anche io mi trovo a citare Kung fu Panda, felice di farlo, complice il fatto che a doppiare il protagonista della nostra storia sia uno dei miei artisti preferiti...  :D

Ma perché questa frase ha un così grande impatto su di noi? E perché lo scambio queste parole si è trasformato in una delle vignette più pubblicate sui feed dei vari social?

Una possibile ragione è che, sebbene ogni essere umano conosca l’inestimabile valore dell’attimo presente, ci sia sempre bisogno di fermarsi un secondo o due a riflettere, prima di … ricordarsene!

Piuttosto paradossale il doversi rammentare dell’esistenza di noi stessi nel presente… ma se ci pensiamo bene è una capacità non così scontata.

Da tempo immemore i migliori maestri spirituali e ora anche i miei colleghi psicoterapeuti invitano a tenere a mente una profonda verità: il passato è solo un ricordo e il futuro è solo un’aspettativa. Entrambi hanno vita solo nel momento presente.

Questa consapevolezza può davvero farci riconoscere il potere immenso del vivere nel "Qui ed ora", essendo questa l'unica realtà in cui essere vigili, attenti e in grado di scegliere comportamenti efficaci. Essere attenti e presenti ci evita di reagire in modo automatico agli stimoli, e può donare un senso vero a ciò che stiamo facendo nel mondo, letteralmente cambiando la  nostra vita … in meglio!

Sovrappensiero è un posto bellissimo. Oppure no?

Un tempo ero affascinata da una frase che mi capitava spesso sotto agli occhi. Recitava così: “Sovrappensiero è un posto bellissimo”.

Da persona con un’accentuata vena creativa, ho sempre pensato che l’immaginazione fosse un magnifico posto da “abitare”.

Saper vivere in una dimensione parallela sganciata dalla spesso amara realtà, avere un posto assicurato negli spalti della fantasia e riuscire a costruire una “bolla” isolata dagli accadimenti in corso era, nella mia limitata idea, utile ed in alcuni momenti addirittura salvifico. Chi fa un lavoro che lo mette sotto stress può capirmi, come chi assiste una persona malata, o anche come chi, come me, ha o ha avuto figli piccoli, minuscoli organismi animati da forze indistruttibili che parlano ininterrottamente e  richiedono ogni grammo di energia. 

A volte, staccarsi per pochi nanosecondi dal proprio corpo riuscendo a ritrovare uno stralcio di pensiero proprio … per quanto marmellatiforme, beh, può avere il proprio sacrosanto perché! ;)

Questo pensavo tempo fa, nella mia poetica visione della fantasia e dell’immaginazione. Poi ho scoperto la Mindfulness  e ho capito l’immenso pericolo che corriamo tutti, nella vita, a non essere presenti e padroni della nostra attenzione. 

La distrazione disturba continuamente il nostro essere nel Qui ed Ora. Essa è un nemico invisibile che, come un insaziabile virus, mangia voracemente il nostro tempo.

Ma quanti di noi ne sono davvero consapevoli?  Quanti pensano ancora che “sovrappensiero” sia un posto bellissimo? Se così fosse, alla fine di questo articolo ne resteranno ben pochi :)

La distrazione. Un pericoloso virus mangiatempo

“Mamma, sei distratta!”, “Amore, hai lasciato la macchina aperta”, “Sorella, hai messo su la macchinetta del caffè senza acqua dentro”.

Devo dire, non senza un po’ di imbarazzo, che mi capita spesso che certe frasi siano dirette proprio a me, e nei periodi in cui passo molto tempo a scrivere noto che il mio essere “assente” si intensifica e diventa visibile anche agli occhi più distratti :D

Ci sono dei momenti, però, in cui la mia attenzione è al massimo. 

Mi capita quando riesco a fermarmi qualche minuto a coccolare i miei figli (quei pochi attimi in cui ancora me lo consentono!), quando pratico la mia ora di hip hop, quando mi occupo del giardino e dei miei animali, e soprattutto, mi accade quando lavoro. 

Nel momento in cui il paziente parla di sé, le mie antenne invisibili sono al massimo dell’estensione. L’attenzione è accesa a mille e tutti i miei problemi restano fuori dalle pareti dello studio, così come i miei programmi, i dolori e le gioie che non appartengono al momento presente. In quel lasso di tempo magico esistiamo solo io e la persona seduta davanti a me, i quadri, le poltrone, il sole che filtra dalle tende della finestra, l’acqua fresca che tengo a portata di mano. La mia coscienza è pronta a captare ogni informazione, ogni segno, ogni collegamento sommerso che possa aiutare a portare luce sulla strada che stiamo percorrendo insieme.

È una sensazione molto bella quella di vivere intensamente il momento presente, senza ombre e senza ganci che possano portar via l’attenzione dalle sensazioni e dai pensieri che viviamo in quel preciso attimo che scorre.

Sono sicura che chi sta leggendo le mie parole abbia ben presente lo stato di coscienza che sto descrivendo, indipendentemente dal momento e dal modo in cui si è provata quella meravigliosa sensazione di vigilanza.

Rimanere nel momento presente senza giudizio e senza distrazioni non è però un'operazione così semplice da realizzare. La distrazione, infatti, è una bella piaga per ogni tentativo che facciamo di essere vigili e presenti, ed è un fenomeno sempre pronto a danneggiare la nostra capacitò di prestare attenzione a ciò che facciamo. Come uomini e donne moderni, siamo sottoposti ad un numero sempre maggiore di stimoli e anche se il cervello è un organo predisposto a saltellare da un compito ad un altro, nel tentativo costante di salvarci la vita, non sempre riusciamo a concentrare la dovuta attenzione sulle nostre azioni.

Quante volte può essere capitato di metterci seduti a leggere, con la brezza estiva che filtra dalla finestra e un piacevolissimo sottofondo di grilli e cicale, l’odore del caffè appena uscito che pervade la stanza, il libro fra le mani ma… la nostra mente si trova a vagare fra il significato delle parole lette ed il timore che la data del nostro esame si presenti con troppa velocità, tra il piccolo rimorso di aver mangiato troppi carboidrati a pranzo (benedette lasagne di nonna!) e la rabbia per come ci ha trattato il nostro compagno?

Siamo umani, la nostra attenzione è un processo complesso e volubile che per la sua velocità di azione ci è molto utile a riportare ogni giorno la pelle a casa, ma che cade spesso preda di numerosi richiami che poco hanno a che fare con i reali pericoli per la nostra sicurezza. Se lasciamo spazio alla tentazione di distrarci mentre il professore parla, poco male, al massimo rischieremo di dover studiare un po’ di più a casa. 

Ma se questo vagabondare “sovrappensiero” mina la qualità del nostro tempo, rendendoci sempre più distaccati da ciò che accade intorno a noi e sempre meno connessi con la magia del “Qui ed ora”… allora intere fette di vita rischiano di scorrere fra le nostre dita come sabbia, senza che ce ne rendiamo neanche conto e senza che ci godiamo a fondo tutto il sacro della vita che è racchiusa in ogni istante. 

La mente è un organo che assomiglia ad un oceano di pensieri in tempesta. Allenare la capacità di restare vigili permette di migliorare la nostra vita

La nostra mente, malgrado molte persone si siano ingenuamente identificate con essa, è solo un organo come tutti gli altri presenti nel nostro corpo e come tutti gli altri organi essa possiede una funzione: anticipare e prevenire tutti i pericoli che possiamo incontrare durante il nostro cammino.

La mente umana si è talmente evoluta e specializzata nella sua funzione di prevedere la realtà che può essere definita un vero e proprio “simulatore” di esperienza. 

Essa fatica a restare ferma e lucida nel momento presente poiché è impegnata in un moto continuo tra ricordi di esperienze fatte e aspettative di accadimenti futuri, movimento che si traduce in un chiacchiericcio interno fatto di giudizi, commenti, consigli, interrogativi, previsioni, dubbi, sentenze. 

Molto del malessere psicologico che sperimentiamo durante il corso della nostra vita non deriva da fatti concreti che la nostra mente affronta nel momento che stiamo vivendo, ma dal tentativo di pre-occuparci di situazioni già successe o non ancora accadute. Facciamoci caso: se analizziamo i nostri pensieri fastidiosi o molesti vediamo che essi sono spesso legati alla paura, alla preoccupazione e all'ansia per qualcosa che in quel momento non è presente, ma che si è verificato in passato o può materializzarsi in futuro.

 “Noi non soffriamo per i fatti, ma per la rappresentazione che noi abbiamo dei fatti.”

Epitteto

L’essere umano vuole evitare di ripetere i vecchi errori del passato e non vuole assolutamente  commetterne di nuovi.

In questo incessante lavoro di ricordo e previsione, la mente assomiglia ad un oceano di pensieri in tempesta e se non siamo bravi a tener forte la barra del timone, regolando costantemente le vele, rischiamo di scarrocciare ovunque la corrente di pensieri decida di portarci.

Se non prestiamo abbastanza “attenzione" al “Qui ed ora” potremmo spalancare la porta alle distrazioni, rischiando di non concentrarci sugli eventi che stanno accadendo e lasciando che siano gli automatismi a guidare i nostri comportamenti, mentre noi, comodamente, pensiamo ad altro! 

Accade, per esempio, mentre mangio un panino e nel contempo scorro le notifiche sul cellulare. La mia attenzione si allontana dall’esperienza del mangiare e si concentra su ciò che leggo. È inutile dire quanto io ci perda in termini di soddisfazione e godimento del mio pranzo! 

Lo stesso capita quando ci roviniamo gli ultimi attimi liberi della domenica sera, al solo pensiero della sveglia il lunedì. In quel momento siamo oggettivamente liberi, ma la nostra mente crea la propria prigionia, anticipando il momento di difficoltà. 

Il fatto poi di essere immersi in una realtà sociale che ci obbliga ad avere tempi sempre più stretti e ad essere incastrati in tabelle di marcia sempre più ambiziose, non aiuta certo a recuperare la nostra presenza mentale.

I nostri pensieri ci spingono ad essere sempre un minuto avanti rispetto al momento che stiamo vivendo: i prodotti mentali corrono su e giù nelle diverse dimensioni temporali, lasciandoci spesso stanchi, svuotati e scontenti. La sensazione più terribile che si può provare vivendo con il pilota automatico inserito è quella di non essere padroni del nostro tempo. 

E così potrebbe accadere di andare a dormire pensando a quando ci dovremo alzare e di alzarci pensando a quando torneremo a dormire… Non è certo augurabile una vita così!

La capacità di essere presenti a noi stessi, e di sapersi concentrare la nostra attenzione sulle azioni che compiamo nel "Qui ed ora" ci aiuta ad assaporare meglio i momenti che stiamo vivendo, dilata la nostra personale percezione del tempo e aumenta il nostro livello di felicità percepita. 

Per allenare l’attenzione dobbiamo iniziare a fare una cosa importantissima: prendere consapevolezza della nostra assenza.

Mettere attenzione in ciò che facciamo è una capacità che, se allenata correttamente, porta grande beneficio alla nostra vita. Ecco qualche esercizio per iniziare a migliorare la nostra consapevolezza

Come abbiamo visto nei paragrafi precedenti, passiamo gran parte del nostro tempo agendo in modo meccanico, senza dare la giusta attenzione a ciò che ci sta accadendo nel momento presente. Attraverso dei semplici esercizi offerti dal generoso bacino della Mindfulness possiamo riappropriarci della nostra attenzione, e con essa, della qualità del nostro tempo. Ne propongo un paio per iniziare il nostro allentamento : ) 

Esercizio 1

Elenca tutte le attività che hai svolto da quando hai aperto gli occhi e assegna ad ogni azione un punteggio che valuti in che misura eri presente durante il suo svolgimento. Accanto al voto appuntati le azioni che  stavi eventualmente affiancando agli automatismi. 

Esempio: Azione: Guidare fino al lavoro. Voto presenza: 7/10. Azioni secondarie : programmare la giornata, sognare la vacanza, fare la lista mentale della spesa (ecc...)

Alla fine di questo esercizio scegli una sola di queste azioni che hai compiuto con il pilota automatico inserito e prova a vivere per una settimana quell'esperienza, dall'inizio alla fine, concentrandoti solo quello notando quando ti distrai dall'azione che stai compiendo. Puoi aiutarti usando dei bigliettini colorati, un timer, o cambiando piccoli dettagli nello svolgere l'azione  che possano ricordarti il tuo impegno. Per esempio: puoi mangiare utilizzando la mano sinistra sei sei destrorso, e viceversa se sei mancino, in modo che l'azione diventi più difficile e concentri maggiormente l'attenzione su ciò che stai facendo in quello specifico lasso di tempo.

Il secondo esercizio l'ho preso integralmente dal libro  “Facci caso. Come non farti distrarre dalle sciocchezze e dare attenzione a ciò che conta davvero nella vita”, di Gennaro Romagnoli, poiché lo trovo un ottimo modo per allenare la nostra consapevolezza, ed è di facile realizzazione in qualunque momento della nostra giornata! Vediamolo insieme:

Esercizio  2

"Fai una passeggiata nel luogo in cui vivi e cerca almeno due o tre elementi che ti sembra di non aver mai visto. Evita di cercare cose nuove, poiché in qualsiasi luogo tu viva sono convinto tu possa trovare due o tre particolari su cui non hai mai riposto la tua attenzione. Più cose riesci a trovare più bravo sei! Da più tempo erano presenti, magari una casa antica od un albero secolare, e più significa che stai allargando la tua consapevolezza". (Facci caso" di Gennaro Romagnoli, cap."Ti presento la tua attenzione")

Questo esercizio ci aiuta a capire che l'attenzione non è un processo passivo che viene attivato da ciò che ci interessa, ma, al contrario è un'abilità che può essere allenata. Concentrare quell'energia su ciò che riteniamo importante nella nostra vita porta indubbiamente molti vantaggi in ogni ambito, persino in quello dei rapporti interpersonali,  ed il dott. Romagnoli ci accompagna, capitolo dopo capitolo, in questo difficile, quanto necessario miglioramento. 

È piacevole leggere il libro e notare quanto l'allentamento quotidiano proposto dagli esercizi possa regalare ogni giorno delle piccole, preziosissime sorprese! Se potessi, inserirei il manuale del collega fra testi obbligatori di scuola superiore ;) Per il momento, mi limito a consigliarne la lettura! 

Conclusioni

Saper vivere nel presente senza essere preda della distrazione ha un effetto molto benefico sulla nostra vita e sulle nostre relazioni.

Uscire dal circuito del pensiero giudicante e dal tunnel delle preoccupazioni ci rende persone più equilibrate, gentili con noi stesse e migliora in maniera significativa anche i legami che stabiliamo con gli altri.

La meditazione è la strada maestra per allenare la nostra capacità di “stare” nel presente, ma esistono tanti modi per rinforzare il “muscolo” dell’attenzione, anche partendo da piccoli esercizi da fare quotidianamente.

Nel caso in cui i pensieri diventassero di difficile gestione e la lettura di un articolo o di un buon libro non bastasse ad alleggerire il carico di emozioni ingombranti che sentiamo invaderci,  potrebbe essere utile contattare uno psicoterapeuta.

A volte basta un solo colloquio per recuperare l'equilibrio perso e mettere ordine fra pensieri ed emozioni :)

 

 

 

 

 

 

Pochi giorni fa ho partecipato ad una riunione molto piacevole che si è tenuta fra noi membri del consiglio direttivo dell’ABC Famiglia e Stefano Censoni, fondatore con Marco Rinelli, di BeeInclusion. BeeInclusion è il primo motore di ricerca per il sociale a 360°, una piattaforma che ha come scopo quello di aiutare le persone a trovare ogni tipo di “servizio accessibile” all’interno di una determinata area geografica. Oltre a fornire l’indirizzo di alberghi, ristoranti, centri sportivi, servizi di svago e di consulenza (ci sono oltre 200.000 servizi dotati di certificazione disponibili sul motore di ricerca) Stefano e Marco si pongono l’obiettivo di organizzare eventi sociali ed occasioni di formazione sul territorio per diffondere un messaggio importante: "la diversità non è un limite". 

Nella mia esperienza di terapeuta, posso dire di essere d'accordo con il pensiero di Stefano e Marco. La diversità non è un limite se esiste alle nostre spalle un bagaglio di cultura che permette di valorizzare ciò che la diversità porta con sé. È proprio questo bagaglio che BeeInclusion, insieme alle più importanti realtà associative del territorio di Ostia, sta cercando di costruire, ed è una battaglia alla quale io, insieme ai colleghi dell’ABC Famiglia non possiamo che unirci con grande entusiasmo. 

 

“Il senso della vita. La diversità. Dire si all'inclusione”

Tempo fa, grazie al gradito invito di Stefano Censoni, ho avuto l’onore ed il grande piacere di partecipare ad un evento organizzato dalla Sofi Association (Superare Ogni Forma di Isolamento) e dall’istituto "Giovanni Paolo II" di Ostia. La videoconferenza, intitolata "Il senso della vita. La diversità. Una splendida occasione per onorare il giorno della global Accessibility Awareness Day e dire si all'inclusione" è stata realizzata in collaborazione con BeeInclusion e Roma Cares, con il patrocinio di Opes per ribadire il valore delle diversità come elementi da preservare. La diversità, infatti, è diventato finalmente un tema di cui si parla, un tema che ha acquisito un vero e proprio valore sociale. Lo sport è il filo conduttore della videoconferenza. La testimonianza degli atleti ospiti, infatti, è decisiva per capire e trasmettere il grande valore che ha lo sport nella crescita degli individui e nell’immenso potere di dare valore alla diversità. 

Arturo Mariani, scrittore ed ex calciatore della Nazionale italiana di calcio Amputati del Cts, Salim Chakir, cestista sulla sedia a rotelle dell'Asd Santa Lucia Basket, Francesco Pastorella, consulente di Roma Cares, ed il calciatore Simone Perrotta hanno raccontato le loro esperienze di vita agli studenti connessi. Tra di loro gli atleti delle giovanili della Roma

 

Arturo Mariani: il vero disabile è chi ha dei blocchi mentali che gli impediscono di fare ciò che vuole

Il primo a parlare della propria esperienza è Arturo Mariani, calciatore, coach e scrittore di quattro libri, tra cui  "Nato così". . Inizia la conferenza introducendo il potere magico che ha il termine “scelta” nel trasformare le nostre vite. La parola scelta ha avuto una ruolo decisivo nella sua esistenza. I suoi genitori sanno in anticipo che Arturo nascerà senza una gamba e con la possibilità di sviluppare altre patologie. Nonostante i dubbi e le paure essi scelgono per lui la vita.

- La scelta ce l’abbiamo ogni giorno - continua Arturo. - Siamo noi che possiamo decidere come affrontare la nostra giornata, possiamo scegliere se annoiarci o vivere bene. Divertirmi, oggi, è il mio principale obiettivo. -  

Arturo appare sorridente e ottimista. Aver attraversato mille difficoltà lo ha reso una persona forte ed equilibrata, e gli ha permesso di raggiungere i traguardi che si è prefissato, nonostante l’iniziale indiscutibile posizione di svantaggio. Egli racconta che nel corso della sua infanzia molte persone volevano demotivarlo. 

- “Sei senza una gamba”, mi dicevano. Io stesso focalizzavo la mia attenzione su tutto ciò che mi mancava, su ciò che non andava, lamentandomi per ogni cosa. In quel momento stavo chiudendo la possibilità ai miei sogni. -  

Dopo una lunga crisi Arturo racconta di aver capito l’importanza di scegliere, e urla al mondo il suo cambiamento togliendo la protesi che lo aveva accompagnato fin da piccolissimo, il prezioso strumento che lo faceva sentire “normale”  ma che gli toglieva la libertà e lo spazio per esprimere la propria forte individualità e la sua passione più grande: il calcio. 

- Ogni volta che ci liberiamo delle nostre protesi mentali facciamo una scelta che ci fa stare bene. Quando scegli lì per lì c'è una grande sofferenza, ma passare da “avere un gamba in meno” ad “avere una gamba” vuol dire aprire lo sguardo sulle possibilità. Da quel momento ho scoperto che esistevano altre persone con una gamba sola e non solo … C’erano persone che con una sola gamba giocavano a calcio! Francesco Messori stava infatti formando una squadra proprio in quel momento e da lì si è aperto per me un nuovo mondo di esperienze. Il passaggio fondamentale è avvenuto dentro me stesso - continua a raccontare Arturo - Quando ho preso coscienza delle mie capacità. Sono entrato in Nazionale e sono stato convocato per il mondiale, avevo una paura folle e invece in Messico abbiamo avuto la vittoria più bella, e da quel momento è stato uno scoppio pazzesco di accadimenti da cui sono nate altre mille cose da fare. Solo aprendo la nostra mente, capendo che “essere disabili” è solo un problema mentale che abbiamo dentro possiamo raggiungere i nostri sogni. Il vero disabile è chi ha dei blocchi mentali che gli impediscono di fare ciò che vuole. Quando tocchi con mano quella cosa impossibile, ciò che hai sempre desiderato, dentro di te nasce una sensazione di benessere e di sicurezza e lo vuoi gridare la mondo! - 

È cosi che Arturo ha cominciato a gridare al mondo il suo messaggio, per aiutare tutti quei ragazzi che sono bloccati dalla paura di non farcela, o dal timore del giudizio degli altri. Secondo l’atleta ognuno di noi ha un sogno che sembra impossibile e, usando le sue parole, “svaghiamo” per non pensarci. Sono la mentalità, i blocchi, i pregiudizi i nostri veri nemici. Molte persone fanno meno cose di quello che sono in grado di fare, solo per evitare di mettersi in gioco. 

Quante volte tutti noi ci lamentiamo di ciò che non va, piuttosto che riconoscere tutte le fortune nelle quali siamo immersi? Quante volte ci è successo di puntare lo sguardo sulle nostre mancanze, piuttosto che sui nostri punti di forza? La strada per la felicità è lastricata di... "buona autostima", scrivevo in un precedente articolo, e scegliere che atteggiamento avere verso ciò che ci accade nella vita è davvero il primo passo verso lo scegliere comportamenti che ci porteranno beneficio o svantaggio.  

Ecco perché è importante seguire i consigli di Arturo da prima di subito:

  • Scegliere. Aprire la mente alle possibilità, riconoscere l’altro come individuo che ha lo stesso pensiero di voler crescere e realizzarsi
  • Credere. Credere nelle nostre possibilità. Riuscire a motivare se stessi e gli altri, agire in un gioco di squadra che regala gioia e soddisfazione ad ognuno.
  • Sorridere e divertirsi. Se incontriamo qualcuno diverso sorridiamo. Fa bene noi a chi ci sta davanti. 
  • Restare aperti. Dire “si” e non “no”, quello è il vero coraggio. Il coraggio e la determinazione che i ragazzi devono assimilare. 

Salim Chakir: la mia speranza è essere ogni giorno un giocatore migliore di ieri

La seconda testimonianza è quella di Salim Chakir, ala grande dell'Asd Santa Lucia Basket, squadra italiana di pallacanestro in carrozzina. Salim ha 20 anni e racconta di avere il sogno di giocare in Nazionale. Come tutti i ragazzi vuole viaggiare, esplorare il mondo e conoscere tanti giocatori nuovi dai quali imparare ad essere un giocatore ed una persona migliore. Tra i suoi sogni c’è anche quello di studiare medicina e di continuare con lo sport finché gli sarà possibile.

- La mia crescita non è stata un’operazione facile. - esordisce Salim - Ho raccolto molta cattiveria, frutto di ignoranza. Noi disabili spesso non veniamo capiti, siamo esattamente come tutti, abbiamo gli stessi pensieri di gioia e di tristezza degli altri e quando arrivano gli insulti rimaniamo confusi e spaesati. Si perché la maggior parte delle offese che ci arrivano sono immeritate e ci arrecano solo tanto dolore. Un disabile quasi sempre sa muoversi nel proprio mondo, è abile e capace di organizzare la propria vita quotidiana, quindi le cose che ci vengono dette, che vorrebbero farci sentire inferiori, non hanno basi di verità. Adesso, se mi guardo indietro, mi dispiace di aver perso tutto quel tempo a dare ascolto a certi giudizi! Se mi hai giudicato solo per la diversità, trascurando tutto il resto, non vedendo ciò che di bello c’è in me, sei tu a perderci! - 

Questa frase di Salim mi colpisce molto. In molte situazioni mi trovo ad aiutare le persone in stanza di terapia a combattere la sofferenza o la paura che deriva dal giudizio altrui.  Quante volte ci arrivano dei giudizi che ci mettono in crisi? A guardar bene però, le frasi o le critiche che riceviamo molto spesso non riguardano noi, ma molto di più chi le emette. Esiste un detto che dice “Ogni volta che punti il dito verso qualcosa o qualcuno, tre dita puntano verso di te”. Nella mia esperienza di terapeuta, è molto facile che le persone che giudicano molto, sono proprio quelle che non sono felici di ciò che sono. Chi conduce una vita piena, chi si sente realizzato, ha veramente poso tempo da dedicare alle critiche e ai giudizi delle vite altrui. Non è facile però, specialmente quando si è molto giovani, difendersi e proteggersi dal dolore che le parole procurano.

Vivere le violenze, i litigi, gli insulti è stato per Salim un vero trauma, per quello oggi parla davanti a tanti giovani della sua esperienza, per evitare che tutto ciò che ha subito possa accadere nuovamente a qualcun altro. 

- Ogni volta che qualcuno vi svaluta fermatevi a riflettere, chi ci ha insultato? Perché lo sta facendo? Tutto ciò non ha un vero senso. Sentirsi a disagio è stupido. Invece di affliggervi ragionate sopra a ciò che vi viene detto e se ha un senso prendetelo come spunto per migliorare. Nessuno ha niente che non vada, e nessuno incarna l’immagine che la società richiede. C’è chi è troppo alto, basso, grasso, magro, chi ha i brufoli, chi le rughe. Non c’è niente che non vada in voi! Il consiglio migliore che io abbia ricevuto e che mi sento di ridare indietro è : “Accetta te stesso”. Un altro consiglio che posso dare è quello di cercare di essere curiosi, farvi sempre domande, allontanarvi dall’ignoranza. Chiedetevi ogni volta come possono vivere gli altri la propria condizione, immedesimatevi nei panni degli altri. - 

Sono molto colpita dal racconto di Salim, sarà perché ho dei figli della sua età e sentire la sua sofferenza parte di me è davvero un'operazione istantanea! Dalle sue parole traspare tutta la fatica che ha fatto nel nuotare controcorrente, nel non crescere con il cento per cento del supporto che tutti i bambini dovrebbero ricevere da ogni adulto che. incontrano sul proprio cammino. Dopo aver raccontato le sofferenze della propria crescita gli occhi di Salim si accendono improvvisamente, ed è il momento in cui inizia a parlare del suo grande amore: il basket.

- Quando sono stato invitato a partecipare al basket per disabili ero diffidente, ma mi sono innamorato subito di quello sport. Fare sport a quei livelli è davvero meraviglioso!  -

Mentre Salim parla mi chiedo quale sia la chiave della felicità per lui, oltre al basket, ovviamente :). Trovo la risposta nelle sue parole conclusive. 

- Sono le relazioni la mia vera forza. Il meraviglioso legame con mia mamma e poi con gli amici, e adesso con la fidanzata. Gli insegnanti, tutto l’affetto ricevuto mi hanno fatto crescere così forte. - 

Sorrido mentre lo ascolto e prendo appunti, penso che questo ragazzo abbia le carte giuste per arrivare lontano e per insegnare a molti suoi pari come trovare forza nel difficile cammino che la crescita impone a tutti. E se c’è qualcosa, anche piccola, che possiamo fare noi adulti per aiutare altri ragazzi come Salim a sentirsi forti, giusti, nel proprio posto del mondo, allora prendiamo i consigli che ci ha donato e portiamoli sempre con noi, ovunque andiamo. Combattere l’ignoranza e la stupidità non dovrebbe essere cosa difficile se lo facciamo insieme. 

 I consigli di Salim:

  • Segui i tuoi sogni e pratica le tue passioni
  • Non perdere tempo con i giudizi degli altri
  • Accetta te stesso
  • Combatti l’ignoranza e la stupidità 
  • Fatti domande
  • Sii empatico 

Simone Perrotta: dobbiamo fare gioco di squadra per cambiare i nostri pensieri legati alla diversità

- Di fronte a questi racconti di vita la mia testimonianza si riduce di importanza. Quello che posso raccontare è la mia esperienza nel mondo dello sport. Il calcio mi ha dato la possibilità di essere ciò che sono e quindi gli sarò per sempre grato  - 

Quando Simone Perrotta inizia a parlare mi conferma l’idea di persona buona e gentile che mi son fatta di lui negli anni. Abitando nella la stessa zona è facile incrociare le rispettive traiettorie, in palestra, per strada, al bar, e posso dire di averlo sempre visto educato e sorridente con tutte le persone che incontravano il suo cammino.  E anche oggi, con queste parole di esordio, non mi delude.

- La diversità è un concetto che riguarda ognuno di noi. Essa esiste e va accettata e trattata come un momento di arricchimento per tutti. Lo spogliatoio è un luogo eterogeneo dove ci sono tantissime diversità. Ognuno ha le proprie abilità, ognuno esprime il proprio talento che è unico e diverso da tutti. Poi c’è la lingua che si parla, la cultura di provenienza, il territorio dal quale si proviene. Tutto questo mi ha permesso di vedere la vita in modo diverso, ampliando notevolmente la mia visuale. Non ha senso sentirsi superiori rispetto alla diversità. I momenti con i ragazzi del calcio integrato sono stati per me degli acceleratori di crescita incredibili, dove ho preso più di ciò che ho dato. Per questo dobbiamo fare gioco di squadra per cambiare i pensieri legati alla diversità. -

Il primo consiglio di Simone è ragionare sul nostro concetto di responsabilità. I ragazzi sono lo specchio di ciò che vedono e vivono in famiglia, a scuola e nei luoghi di aggregazione. Sono importantissimi i messaggi che ricevono da noi adulti, gli esempi che ricevono dal nostro comportamento. Siamo noi responsabili della loro crescita attraverso il nostro modo di pensare e di vivere. - 

Il secondo consiglio che dona Simone, con le sue parole ma anche con il suo esempio di vita, è quello di escludere le differenze e dare a tutti le stesse possibilità. Oggi egli gestisce una scuola calcio che dona l’opportunità a tutti di giocare e descrive la sua esperienza coi ragazzi della squadra di quartiere a Casal Palocco come un cammino meraviglioso.

 - Sono pochi quelli che attraverso il calcio avranno un lavoro -  afferma Simone - Più del 70 per cento non farà del calcio il proprio mestiere. Chi gioca a calcio sarà un cittadino, se riusciamo ad inculcare i valori giusti avremo calciatori più consapevoli e cittadini migliori che rispetteranno la diversità. È un’esperienza meravigliosa per me trasferire le mie esperienze e accompagnare i ragazzi alla vita. Il primo tempo della mia vita sono stato calciatore, il secondo tempo lo vorrei vivere trasferendo valore. -

Ma quali sono questi valori in cui crede Simone, che ci tiene così tanto a trasferire?

1) Il coraggio. Egli afferma che crescere vuol dire affrontare le fragilità, riemergere da esse più consapevoli. 

2) L’apertura mentale. - Siate curiosi - dice Simone -  Abbiate sempre voglia di apprendere. Se non ti formi, se non cresci nella vita rimani indietro. Anche nel calcio la curiosità ti fa crescere. Guardare un video, voler ripetere un gesto di un calciatore che ammiri. Io a 43 anni ancora ho quella curiosità sana che mi porta ad informarmi, a sapere sempre di più.

3) Pari opportunità. È importante dare le stesse opportunità a tutti, per questo ho formato la squadra femminile. All’inizio ci sono tante bambine che giocano insieme ai maschi, poi  nell’agonistica devono giocare separatamente. Come continuare? I numeri sono pochi. Squadre maschili tante  e femminili poche. Da noi c’è una mamma di 38 anni e ragazze di 14 nella stessa squadra. Questo da anche un messaggio importante a chi guarda, alleggerisce le pressioni, stempera l’accanimento nei confronti del calcio riportando il senso originale che dovrebbe avere lo sport..

4) Creare un linguaggio comune. I genitori devono essere una parte attiva, dobbiamo necessariamente parlare la stessa lingua. Occorre coinvolgere la famiglia facendo capire quelli che sono i valori da seguire e i gli obiettivi da realizzare, per andare tutti, con i propri strumenti, nella stessa direzione.

5) Essere resilienti. È essenziale cadere e sapersi rialzare. Il calcio o qualsiasi altro ambito lavorativo è lo specchio della vita. Nei momenti di difficoltà devi avere la forza di reagire, perché proprio in questi momenti accade di crescere e di evolvere. La vittoria ti fa festeggiare, non ragioni su come ci sei arrivato, mentre nella sconfitta ti fermi a pensare, cerchi di capire le cause, elabori strategie per evitare di sbagliare nuovamente.

Cos'è la fortuna secondo Simone Perrotta?

- La fortuna di ognuno di noi è quella di individuare il proprio talento. Non tutti hanno la possibilità di conoscerlo, ma una volta trovato occorre crederci e lavorare per farlo crescere. Includere i nostri pari ci aiuta ad essere migliori perché dall'altro si impara tantissimo. La diversità ha sempre fatto parte della storia, e certe diversità sono state superate conoscendo l’altra situazione, mettendosi in condizione di capire il compagno. Ognuno può aiutarci a crescere. Seduti uno accanto all’altro, insieme siamo più forti. - 

Cos’altro potrei aggiungere a questi pensieri? Chapeau caro Simone, ti auguriamo il meglio per questo secondo tempo cosi ricco!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mi è capitato molte volte di scambiare riflessioni con persone che, per varie ragioni, sono state penalizzate dal proprio “sentirsi differenti”. Chi porta una diversità evidente ha spesso anche dovuto affrontare e combattere una sofferenza psicologica. C’è una domanda importante sulla quale però vorrei soffermarmi. L’ostacolo più grande che incontra una persona considerata “diversa” è davvero in quella determinata caratteristica fisica? È proprio in quella specifica disabilità, nel colore della pelle, o in quel determinato tratto caratteriale? La risposta a questa domanda è spesso "No". Le sofferenze che mi sono state confidate in molti casi non erano legate alla situazione oggettiva, o alle dirette conseguenze che quel modo di essere portava con sé, ma erano frutto di credenze e pensieri che venivano associati a quella diversità. 

Molti racconti che ascolto testimoniano che il dolore più profondo scaturisce dal rifiuto e dal giudizio del mondo esterno. Sono spesso persone al di fuori della famiglia: insegnanti, compagni di scuola o anche perfetti sconosciuti incrociati per strada. 

In molte altre situazioni il racconto riguarda la difficoltà di affrontare il proprio pensiero ed il proprio giudizio, spesso compromesso da convinzioni limitanti. In questi casi la persona può arrivare a penalizzarsi da sola, non volendosi bene, rifiutando di accettare i propri limiti e trattenendosi dal lanciarsi nel mondo in modo aperto e fiducioso. 

 

"Di tutti i giudizi che subiamo nella nostra vita, nessuno è importante come quello che subiamo da noi stessi”    

Nathalien Branden 

 

Il confronto con gli altri e la costruzione del senso di fiducia nelle nostre capacità: un percorso lungo e pieno di cadute

L’uomo viene definito un animale sociale. Una delle sue caratteristiche, infatti, è quella di sentirsi felice e realizzato grazie anche alla bontà delle proprie relazioni affettive. Lasciare il caldo guscio protettivo della famiglia e iniziare ad avere una vita sociale esterna è la prima grande sfida che dobbiamo affrontare da individui. Questa fase è molto ricca di stimoli utili al nostro sviluppo e offre meravigliose esperienze ma è anche un momento molto delicato. Nuove figure si presentano nella nostra vita e noi siamo costretti a scoprire e poi allenare le nostre abilità affettive e relazionali. La qualità delle interazioni con i compagni, con gli adulti coinvolti nella nostra educazione e la bontà delle esperienze che facciamo durante il nostro percorso di crescita contribuiranno a costruire la fiducia nelle nostre capacità e a innalzare il nostro “livello di autostima”:

  • Se le nostre relazioni sono positive saremo sicuramente invogliati e spronati a dare il meglio di noi.
  • Se ci impegneremo avremo maggiori probabilità di ottenere buoni risultati
  • Se otterremo successi la nostra autostima crescerà e questo circolo positivo si autorinforzerà continuamente.

Non sempre però le cose vanno così lisce e l’incontro con il pianeta “Altro” può divenire un percorso lastricato da difficoltà e problemi.

 

Quando l’ostacolo non è dove appare. Le difficoltà dell’adolescente “diverso”

Accade a quasi tutti gli adolescenti di passare una fase in cui guardarsi allo specchio non è l’azione più semplice da compiere. Se ci fermiamo a riflettere e facciamo lo sforzo di andare indietro con la memoria forse anche noi da ragazzi ci trovavamo dei difetti che, come si dice a Roma : “Magari ad averceli mo’!” : )

A chi non è successo di trovarsi fra le dita una vecchia foto e di dire: “Guarda come stavo bene!”… Eppure, magari al tempo ci sentivamo così … brutti/magre/grassi/bassi/goffe/scialbe. È tipico degli adolescenti trovarsi difetti anche dove non ci sono, figuriamoci quando quelli che abbiamo ci vengono fatti “gentilmente” notare dai nostri presunti amici, o quando oltre ai troppi brufoli magari abbiamo un diverso numero di arti rispetto al nostro vicino di banco… Ecco che la vita può diventare davvero un’impegnativa corsa ad ostacoli!

Nel caso dei ragazzi considerati “diversi” spesso troviamo una sofferenza interiore che può essere associata al tipo e al grado di accoglienza ricevuta nei vari contesti. La scuola, la cerchia di amici e (nei casi fortunati) anche il luogo dove si pratica lo sport saranno ambienti decisivi per lo sviluppo di uno stato di benessere psicologico. 

Purtroppo, ancora nel nostro secolo e nella nostra modernissima nazione, può succedere che il bambino o l’adolescente portatore di una diversità si trovi catapultato in un ambiente poco inclusivo, senza che si sia creata a monte una cultura in grado di accogliere e valorizzare le differenze e le caratteristiche individuali che ogni persona porta con sé

In questi specifici casi la sofferenza che si genera affonda le sue radici nello scontro che avviene tra la persona diversa e le idee di "normalità", che sono spesso dei rigidi scudi fra noi e gli altri. Con queste parole non è mia intenzione negare la sofferenza che può nascere nel vivere una disabilità di qualsiasi tipo. Nascere con due mani invece che con una facilita senz’altro la vita a chiunque! Ma dobbiamo ricordare che per un sordo non udire è “la normalità”.

Molto probabilmente la persona che nasce con un deficit ha già organizzato delle strategie compensative per sostituire quel senso o quella funzione mancante.

Se un individuo nasce sordo è probabile che compensi la mancanza di un senso affinando l’abilità di leggere le parole sulle labbra dei propri cari, o acquisendo la lingua dei segni.

Come ci ricorda Arturo Mariani, la persona diversamente abile ha imparato come gestire la propria situazione, ha già trovato le sue personali e originali soluzioni per adattarsi al meglio all’ambiente che la circonda.

Molti altre storie di vita che ho ascoltato descrivono come le sofferenze mentali non nascano tanto dagli ostacoli fisici che questa o quella mancanza porta con sé, ma dai limiti mentali che originano dal confronto con gli altri, quelli che di diversità sanno poco e niente, e dallo scontro molto forte che avviene tra la persona diversamente abile e l’idea di normalità che la società impone. Il problema di un individuo con disabilità, il più delle volte, non è nel fare ma nel “sentire”. Questo disagio interno nasce, nella maggior parte dei casi, dall’incontro e dal confronto con la "normalità”.  

L’atleta Arturo Mariani, nato con la sola gamba sinistra e poi diventato membro della Nazionale italiana di calcio paralimpico, racconta di aver avuto tante difficoltà che derivavano da dei blocchi mentali. "Sentivo che avrei voluto raggiungere ciò che volevo ma era come se il mondo mettesse in mezzo mille ostacoli tra me e i miei desideri".  Per Arturo inizialmente era impensabile riuscire a praticare quella che era la sua grande passione: il calcio. Poi accadde qualcosa dentro di lui che cambiò completamente le carte in tavola.

 "La protesi che mi aveva accompagnato per anni mi faceva star male", racconta Arturo, "Ma stavo tranquillo perché ero uguale agli altri. Ciò che mi rendeva sicuro era la stessa cosa che bloccava la mia vita. A 17 anni entro in crisi, la mia testa era concentrata solo sulla diversità. Decido allora di essere me stesso e di affrontare il primo giorno di liceo lasciando la protesi a casa. È stato un vero trauma, quando mi sono presentato all’entrata tutti gli occhi erano puntati sulle mie stampelle, ma poi è andata sempre meglio, perché mi sono liberato. La vita è il 10 per cento ciò che ti accade, il 90 per cento è come reagisci. Ogni volta che ci liberiamo delle nostre protesi mentali facciamo una scelta che ci fa stare bene. Nel momento in cui scegli non stai bene, ma passare dal pensiero di "avere un gamba in meno" a quello di "avere una gamba" vuol dire aprire lo sguardo sulle possibilità che la vita offre." Adesso Arturo è un giovane uomo adulto, equilibrato, consapevole che, oltre ad aver scritto un bellissimo libro, riesce attraverso la sua esperienza a lavorare nell'ambito del coaching e a dare coraggio a chi invece è ancora in lotta con il proprio personale calvario.  

 

Daniele Cassioli ed il "Vento Contro" in ognuno di noi

Un grande campione sportivo, con il quale ho avuto la fortuna di collaborare in passato, racconta molto bene questo difficile incontro/scontro della persona disabile con i preconcetti dei quali la nostra società è ancora pienamente intrisa. Daniele Cassioli, vincitore di numerosi titoli mondiali ed europei nella disciplina dello sci nautico paralimpico e autore del libro “Il vento contro”, è non vedente dalla nascita.

Nella sua biografia l’atleta racconta in maniera molto dettagliata quanto sia stato difficile per lui superare l’ostacolo della cecità una volta arrivato all’adolescenza, soprattutto per le implicazioni mentali, emotive ed affettive che questa sua caratteristica portava con sé. Durante un pranzo che abbiamo condiviso Daniele mi ha spiegato quanto per un non vedente dalla nascita sia normale non vedere, ed affinare altri sensi ed altre abilità. Mentre parlavamo e mangiavamo, comodamente seduti al ristorante, captava con facilità i discorsi che provenivano dagli altri tavoli e riusciva ad organizzare una mappa mentale molto precisa dello spazio fisico intorno a lui solamente mettendo insieme le informazioni raccolte con gli altri sensi.

Questo episodio personale, e molti racconti che ho ascoltato in stanza di terapia, mi hanno fatto riflettere molto. La diversità può donare delle difficoltà fisiche e materiali extra a chi la vive, questo è un dato di fatto, ma tolti rari casi dove la gravità della difficoltà compromette in modo serio la qualità della vita, tali deficit sono i più semplici da affrontare e superare. I veri ostacoli sono di tipo mentale e nascono nel momento in cui ci si trova a dover accettare la propria condizione di “diversità”, qualunque essa sia, e a dover gestire le reazioni di chi non è preparato all’incontro con tale dimensione.

Da psicologa mi chiedo se questo vissuto composto da tante emozioni ingombranti non sia un vero e proprio filo conduttore che ci unisce gli uni agli altri come esseri umani. Con buona probabilità l'agro mix di sofferenza, di incertezza e di fragilità ha colto o coglierà ognuno di noi, in una qualche fase della nostra vita, e potrebbe dunque rappresentare lo strumento per  empatizzare più facilmente con l’altro e anche per offrire e chiedere aiuto con più immediatezza.

Il pensiero centrale espresso nel libro di Daniele è che ognuno di noi può sperimentare la sensazione di avere il “vento contro”, di dover superare un limite forte che sentiamo come d’ostacolo alla nostra realizzazione. Per lui questo ostacolo è stato rappresentato dalla cecità e ha dovuto lavorare molto su se stesso per superarlo, e lo ha fatto accettando quel limite, capendo che il vento che si abbatteva su di lui per atterrarlo era lo stesso che poteva sfruttare per prendere il volo esattamente come può fare un aquilone che decolla sfruttando quel movimento dell’aria. Le parole più belle di Daniele sono dedicate a tutti noi, poiché chiunque ha un proprio “vento contro” e ognuno deve decidere cosa farne. 

 

“Se combattiamo un blocco, questo si inasprisce. Ma se lo riconosciamo, lo viviamo e lo accettiamo comincia a sciogliersi.”

Nathalien Branden

 

Quando le difficoltà sono segnali di stop che invitano a riflettere su chi siamo e su cosa desideriamo. Ciò che non uccide fortifica

La difficoltà che ci limita può essere il nostro pretesto per restare a terra, immobili nella lamentela e nel vittimismo, oppure può diventare il nostro personale momento di riflessione su chi siamo e su cosa vogliamo ottenere dalla vita. Per qualcuno questo limite può essere rappresentato da una disabilità, per qualcun altro potrebbe essere la  scelta “contro corrente” di un partner, per altri ancora il colore della pelle. Per qualcuno potrebbero essere le troppe lentiggini, i brufoli che sono spuntati improvvisamente, il troppo o troppo poco seno, l’apparecchio che impedisce di sorridere spontaneamente o quei chili in più che non fanno star bene con se stessi. Il vento contro potrebbe essere l’insicurezza che non permette di credere nelle proprie potenzialità, o la timidezza che mina le prime relazioni importanti. 

Ognuno ha il proprio ostacolo personale fra sé e la felicità, e occorre lavorare seriamente su queste convinzioni limitanti, parlando tantissimo con i più giovani, facendoli confrontare su quelle che sono le loro personali esperienze, donando un supporto psicologico quando serve e soprattutto creando una cultura di dialogo e di accettazione delle differenze. Solo individuando le credenze negative alla base della sofferenza di ognuno potremo aiutare chi è ancora prigioniero del proprio malessere.

 

Note Conclusive

Il mio desiderio è quello di contribuire alla creazione di una cultura basata sul concetto di inclusione. Il mio sogno, quello di molti miei colleghi e di molti amici che si stanno unendo lungo la strada, è quello di poter un giorno aiutare tutti i ragazzi, nessuno escluso, a trovare la propria personale dimensione di unicità e di originalità, e perché no… di felicità. 

Ogni vita vale e ogni uomo ed ogni donna meritano di potersi realizzare al meglio, trovando il proprio senso nella vita e raggiungendo il proprio concetto di felicità.  

Trovare un equilibrio prima con se stessi, e poi nel mondo, è un’operazione difficile per la stragrande maggioranza degli adolescenti. Ogni persona in crescita, infatti, si trova prima o poi di fronte all’idea di essere unica e diversa da ogni altro essere del pianeta. Questo pensiero può portare con sé la spiacevole sensazione di trovarsi davanti ad una sofferenza “speciale”, non condivisibile con gli adulti di riferimento. In alcuni casi, la pena è talmente grande da non poter essere confidata neanche ai propri compagni, ed è così che l’adolescente può trovarsi immerso in delle vere e proprie crisi esistenziali.

Se crescere è un’operazione complicata per la maggior parte degli adolescenti, chi è portatore di una diversità rischia di soffrire molto di più durante questo difficile cammino. La pressione sociale spinge su di noi dalla nascita affinché ci conformiamo in maniera acritica ai canoni della cosiddetta normalità.

Quando un bambino o una bambina mostra caratteristiche visibilmente differenti dal resto del gruppo dei propri pari rischia di vedere bloccato il proprio processo di “fioritura”. 

Gli ostacoli che ci si trova ad affrontare in questi casi sono molto spesso il frutto dell’incontro-scontro con la propria realtà sociale. 

Le relazioni con gli altri possono essere una sorgente di felicità o un pozzo di sofferenza per l’essere umano. 

È molto importante monitorare la qualità delle interazioni dei ragazzi in crescita, come anche l’idea che costruiscono di se stessi in relazione al mondo esterno

Nessuna vita ha più diritto di un’altra di esistere, nessun umano ha meno diritto di un altro di vivere con dignità e gioia, e di ricevere amore, rispetto e comprensione.

Questo articolo è una minuscola azione concreta per rispondere ad una domanda di aiuto che non può rimanere inascoltata ancora a lungo.

È possibile renderci tutti strumenti di cambiamento attraverso vari tipi di intervento, affinché si crei una cultura di inclusione e di apertura  alla diversità

Il mio lavoro a contatto con individui di ogni età, ceto e provenienza mi ha insegnato una lezione importante: ogni forma di diversità può causare malessere psicologico e può influire negativamente sulle relazioni se l’ambiente sociale è chiuso e ostacolante. Non importa se la differenza che mostriamo risieda nel colore della pelle, nel tipo di religione praticata, o nel nostro orientamento sessuale; a volte anche solo provenire da una regione diversa e avere un accento considerato dai compagni “buffo”, o sgradevole, può portare ad essere esclusi dal gruppo.

Quando a differenziarci è una vera e propria disabilità il percorso di crescita può complicarsi ulteriormente. Molte persone con le quali mi sono confrontata su questi temi mi hanno raccontato di aver fatto più fatica rispetto ai coetanei per il solo fatto di presentare una disabilità, e di aver raccolto un bel cesto di sofferenze gratuite prima di riuscire a trovare uno stato di equilibrio e di benessere nella vita adulta. La serenità e la sicurezza che mostrano una volta cresciuti è indubbiamente frutto del grande dolore subito durante la crescita. L'accettazione della propria condizione ha, in molti casi, portato a vedere i propri limiti non come degli ostacoli insormontabili, ma come delle basi dalle quali partire per costruire la propria forza. 

Ma è davvero necessario attraversare l’inferno per poter riemergere più forti? O noi adulti, genitori, insegnanti, educatori, professionisti della salute mentale possiamo fare qualcosa tutti per permettere che la crescita dei nostri ragazzi avvenga con maggiore consapevolezza, rispetto, ed evitando di commettere errori e di subire ingiustizie?

Rimanere aperti alle novità e abituarsi a dialogare: due ingredienti fondamentali per una crescita sana

Due cose molto importanti ho imparato nella vita: "tutto è relativo" e "la ruota gira"

1) Tutto è relativo. È facile giudicare e criticare quando siamo comodamente seduti sulle nostre sicurezze, ma basta uscire dalla nostra zona di certezza per trovarci di fronte a quanto sia spiacevole essere giudicati "strani", "diversi"o addirittura "inferiori". Anche a noi può capitare di essere discriminati da qualcun altro, magari durante un viaggio all’estero, in paesi dove alcune persone possono avere la convinzione di essere più "evolute" di noi per il solo fatto di essere nate lì e non in Italia. Può succedere allora anche a noi di essere fraintesi o derisi a causa di alcuni rigidi stereotipi. 

2) La ruota gira. La diversità riguarda tutti. A molti di noi può essere capitato di avere un incidente, di non riuscire a camminare per un periodo o di dover dipendere da qualcun altro per qualsiasi motivo. Può essere capitato di ammalarsi e di sentirsi deboli e vulnerabili. A me è successo, in più di un’occasione. In quei momenti ho realizzato quanto fosse essenziale avere una rete di affetti, persone sulle quali contare, e quanto sarebbe importante vivere in una società dove valori come rispetto, fiducia e solidarietà vengono condivisi da tutti. Sono questi i valori che permettono di abbattere la paura, consentono il confronto e incoraggiano il supporto reciproco. 

Come contribuire a creare questo modo di intendere la vita sociale e le relazioni? L’abitudine al dialogo e la curiosità nell’imparare dalle diversità possono essere degli ottimi alleati per favorire e agevolare la crescita dei più giovani, per rendere le cose più facili a chi nasce con una qualsiasi difficoltà, ma anche due ottime abitudini per noi adulti, utilissime nella vita quotidiana e in tutti quei momenti in cui la vita ci mette a dura prova.  

La diversità, infatti, può generare in noi paura, critica e giudizi negativi oppure curiosità, arricchimento e crescita personale. La differenza la fa il modo in cui guardiamo le cose. Per questo è importante far caso a come i nostri figli osservano il mondo attorno a loro ed educarli ad uno sguardo privo di critica e di giudizio negativo per tutto ciò che appare diverso.

Io non so se ci sto riuscendo, ma ce la sto mettendo tutta, perché ogni vita vale, ed ogni uomo ed ogni donna meritano di potersi realizzare al meglio e di raggiungere il proprio concetto di felicità.  

Quelli di “normalità” e di “diversità” sono concetti con i quali uno psicologo si trova ben presto ad avere a che fare avendo a cuore il benessere della persona che fa una richiesta di consulenza. “Sabrina, è normale ciò che provo?”. “Dottoressa, è normale ciò che mi sta accadendo?” Quante volte ho sentito frasi simili! Le prime domande di una persona sofferente, spesso, non sono tese a scoprire le origini del malessere, quanto questo possa durare o cosa sia possibile fare per uscirne. Quello che interessa maggiormente a chi si trova di fronte ad una crisi, nella maggior parte dei casi, è solo sapere se il proprio stato sia considerato“normale”. L’antico detto “mal comune mezzo gaudio”, dunque, sembra essere molto gettonato anche in tempi modernissimi. 

Desideriamo tutti essere unici, speciali e originali… ma allo stesso tempo abbiamo un’incredibile paura di essere considerati  “diversi”. 

Ma cosa c’è di così irresistibile in questo concetto di “normalità”? E chi può dire di possederla veramente? Se guardiamo bene, troviamo somiglianze e differenze tra ogni singolo essere del pianeta. Le similitudini che esistono tra individui di una stessa specie consentono di portare a compimento la riproduzione ed il mantenimento della specie su questo pianeta, ma è la variabilità genetica che  consente la capacità di adattamento e di sopravvivenza. Insomma, senza la diversità, non esisterebbe la vita! Nonostante questo dato sia abbastanza evidente...

Quando il nuovo si affaccia nella nostra esistenza siamo spesso un pò a disagio, sia che si tratti di una novità esterna che impatta contro il nostro guscio di certezze, sia che si tratti di una spinta interiore che si differenzi dalle precedenti.

Il bisogno di sentirsi uguali agli altri e la lotta per conquistare un’individualità indipendente e originale. Quando la normalità statistica non è garanzia di benessere

Normalità e diversità sono concetti essenziali per il benessere psicologico. Entrambi hanno, infatti, un ruolo importantissimo nel mantenere l’equilibrio tra il bisogno umano di sicurezza e quello, altrettanto importante, di crescita e cambiamento. Lo sviluppo della propria personalità non sempre segue dei percorsi lineari. A volte, e a qualsiasi età, possono verificarsi degli stop, degli inciampi o dei momenti di riflessione dove veniamo in contatto con la sensazione di malessere. Una delle prime lezioni che ci insegnano le neuroscienze, è che tra lo sforzo di adattarsi al nuovo e rimanere nella propria zona di sicurezza, la mente sceglierà quasi sempre di non aprirsi e di restare in una tranquilla “normalità”. 

Vedendo il tipo di problemi che molte persone mostrano nel fronteggiare situazioni nuove, o realtà molto diverse dal proprio quotidiano, mi son però posta spesso una domanda: “La “normalità” è davvero questa zona sicura?”  Siamo tutti “normali” rispetto a qualche caratteristica precisa, ma questo non garantisce il sentirsi bene, o “a posto” in senso assoluto. 

Esiste una normalità statistica, che viene rappresentata dal concetto di “media”, ma essa è solo un dato e non è una garanzia di serenità. 

Come ci è stato dimostrato più volte dalla storia, non è detto che la normalità statistica sia un “numero giusto”. La maggior parte dei nostri diritti civili è stata conquistata grazie al fatto che qualcuno sia un giorno uscito dal coro, e abbia iniziato a pensare e ad agire in modo “diverso”. Se Rosa Parks nel non così lontano 1955 non si fosse opposta alle regole “normali” per quei tempi, sedendosi in quella porzione di tram riservata ai bianchi, chissà per quanti anni ancora la segregazione razziale avrebbe imposto i suoi disumani dettami. 

L’incontro con la diversità, dunque, rappresenta per l'uomo una grande risorsa. Lo stimolo che riceviamo verso la nostra crescita interiore diventa davvero un trampolino potente in tutti quei fruttuosi casi in cui questo venga vissuto con interesse e con la voglia di sfruttare il match per apprendere qualcosa in più sul mondo e su se stessi.

La paura di essere diversi. Da dove nasce e perché ci riguarda

La paura di essere diversi, di non essere conformi, ha radici antiche. Sappiamo bene tutti quanto fosse importante per un uomo primitivo rimanere protetto nel caldo ventre della tribù. Chi non si allineava al pensiero dominante, chi si opponeva alle regole, chi era considerato “diverso” veniva allontanato e lasciato solo a fronteggiare un destino di stenti e morte prematura. 

Eppure, anche se nel mondo moderno non esiste più questa spaventosa minaccia, abbiamo comunque ereditato una paura profonda nei confronti del giudizio esterno. 

Il timore è spesso quello di non essere accettati per ciò che siamo veramente, e la reazione a questa paura è una naturale tendenza ad omologarci. 

Il volersi conformare, il desiderio di aderire a dei canoni di bellezza precisi, il bisogno di essere riconosciuti ed apprezzati dai membri della nostra comunità… sono tutte necessità che restano più o meno inconsce a seconda del grado di consapevolezza che abbiamo raggiunto. Ci vuole, infatti, molta determinazione, e tanta sicurezza, per sfidare ciò che il modello dominante impone e per seguire le indicazioni che scaturiscono dalla nostra bussola interiore. 

Come affrontare il momento di crisi e la paura del giudizio 

Dalla mia esperienza in studio, ho imparato che molti disagi possono nascere nel momento in cui sperimentiamo dei desideri o delle sensazioni che crediamo non essere in linea con i valori ricevuti nella propria famiglia di origine, o quando abbiamo dei comportamenti che potrebbero essere giudicati male dai nostri pari. Quando le nostre esigenze interiori si scontrano con il sistema di valori che non sono “nostri” al cento per cento, ecco che possono scaturire delle profonde crisi interiori. 

Molte volte può accadere che il sistema di certezze che abbiamo interiorizzato non sia stato veramente scelto da noi, ma che questo sia stato assorbito “per osmosi“ dalla nostra rete di relazioni fondamentali. Quando cresciamo facciamo delle esperienze che ci portano a scoprire nuovi modi di vedere e di intendere la vita, e questa evoluzione può portarci a scoprire un mondo interiore fino a quel momento sommerso e sconosciuto. È possibile che nel viaggio di scoperta verso se stessi alcuni desideri vengano negati o repressi, e che ci si convinca che sia giusto vivere una vita a metà, senza entrare troppo in contatto con la nostra essenza profonda. 

In altri casi, quelli più fortunati, è invece possibile superare questi momenti di crisi rivisitando e personalizzando il precedente sistema di valori, o persino trovando e rispettando una nuova gerarchia di significati importanti, un sistema di valori “nostri”, all’interno del quale sentirsi bene e “a casa”. 

Questa trasformazione avviene in modo proficuo se siamo sufficientemente elastici e capaci di  aprirci con curiosità verso tutto ciò che proviene da noi stessi, ma anche verso tutto ciò che è “altro” rispetto a noi, abbandonando le nostre paure e sconfiggendo le nostre credenze limitanti.

La consulenza psicologica come strumento di cambiamento 

"Un uomo dovrebbe cercare di essere ciò che è, e non ciò che pensa che dovrebbe essere." A. Einstein

Nel caso in cui il disagio diventasse difficile da affrontare con le sole nostre risorse, può essere fondamentale il confronto con un professionista. Molte delle nostre problematiche, infatti, si risolvono naturalmente, semplicemente crescendo e maturando. Altre, per essere superate hanno bisogno di un piccolo sostegno da parte di chi ha già aiutato molte persone alle prese con quel tipo di problema. Parlare con uno psicologo, in un momento di crisi, può portare un reale beneficio. 

Spesso basta una sola singola seduta per mettere ordine fra i pensieri e le emozioni e innescare le giuste domande per avviare il processo di cambiamento.

 

Il 22 Aprile, durante la giornata mondiale dedicata alla Terra,  mi sono trovata per caso a guardare con mio figlio Alberto una puntata di “One strange rock”. Rimango ogni volta rapita dagli argomenti che riguardano lo spazio che ci avvolge. Le sensazioni che mi lasciano addosso certe immagini, e le riflessioni che ne derivano, non mi abbandonano per ore e ore. Se non avete visto questa serie di documentari io la consiglio vivamente. Se preferite la lettura alle immagini, provo a sintetizzare in sette punti le riflessioni nate dalla visione di questa seconda puntata.

1) Il Caos è la potenza suprema

Il nostro Universo sembra non essere frutto di un piano caruccio, ordinato e pettinato: esso prende vita e forza da collisioni violente e casuali. Se è vero che, come dice Renoir, “La regolarità, l’ordine e la perfezione distruggono l’arte e l’irregolarità è alla base di qualsiasi tipo di arte”, allora questo dev’essere vero anche per l’arte della creazione di mondi.

2) Non siamo l’ombelico di niente

Lo spazio non è solo quella calotta nera immobile ravvivata da migliaia di puntini fissi luminosi che accendono le nostre fantasie serali, ma è un immenso pentolone che ribolle di attività; la Terra è in un punto a caso in questo grande fermento, sebbene la quasi totalità degli umani ignori il casino nel quale è immersa.

E se un giorno ci svegliassimo nello spazio a 400 km sopra il livello del mare ci renderemmo conto di quanto siamo continuamente esposti ad ogni tipo di collisione, ed i bozzi sull’astronave testimonierebbero questo rischio.

Un po’ come quando in autostrada ti trovi a leggere sul parabrezza la cartina degli insetti che hai involontariamente investito, così gli astronauti contano i danni sugli sportelli e sui finestrini delle loro astronavi. Non sembra, ma un semplice granello di sabbia può rappresentare un vero problema quando ti piomba addosso alla velocità di 70 chilometri al secondo!

3) Drammi o Fortunate Coincidenze? Lo scopriremo solo vivendo

Da quattro miliardi e mezzo di anni il nostro pianeta viene colpito da oggetti provenienti dallo spazio, ma siamo ancora inspiegabilmente in piedi in mezzo a questa tempesta cosmica che si muove.

Ai dinosauri non è andata altrettanto bene, ma solo perché hanno avuto la sfiga che l’asteroide atterrasse su di una riserva di zolfo. Le pietre, polverizzandosi, hanno rilasciato una nube immensa di gas tossici che hanno coperto il sole causando la glaciazione che li ha fatti secchi.

Sebbene attualmente circolino teorie contrastanti e molti comBlotti, la maggior parte di noi sa che la Terra è tonda e gira su se stessa. Se l’asteroide avesse colpito il nostro pianeta pochi secondi dopo sarebbe caduto in mare, quindi niente tempesta di fuoco e niente estinzione degli amati giganti!

Ecco cosa accade quando alcuni eventi distruttivi fortunati si collegano dando vita a magiche coincidenze. Questa magia non ha smesso di operare e continua a manifestarsi ogni giorno anche sotto ai nostri occhi disattenti. Pensiamo a quante meravigliose nascite ricevano la scintilla della vita grazie ad eventi irregolari e piccoli errori di valutazione inanellati nella giusta, fantastica sequenza. 

4) Il Seme, l’Acqua e 'na botta de chiul

All’inizio dei tempi, sul nostro pianeta ci sono tutti gli elementi per creare la vita ma manca un fattore fondamentale: l’acqua.

L’acqua, quando arriva, non si presenta sulla Terra bussando gentilmente, solo perché invocata a gran voce dagli atomi di polvere di stelle. Essa si palesa con una grandinata violenta che dura giusto un po’, quei… cento milioni di anni. Comete di ghiaccio e asteroidi piombano sul pianeta riversando immense quantità d’acqua.

Fortuna vuole che, a differenza di Marte e Venere, la Terra può conservare l’acqua in ben tre stati diversi: gassoso, liquido e solido! Il seme della vita, dunque, trova il giusto utero in cui crescere: la nostra “zona abitabile”, l’unica a possedere la corretta distanza dal Sole, e questo, in un sistema solare sterminato, sembra essere una grandissimissima botta de chiul.

5) Crush

Nella sua storia la terra ha subito varie collisioni. Uno scontro in particolare è stato fatale: quello con Theia. Quando un pianeta incrocia l’orbita di un altro, prima o poi è inevitabile lo scontro. Quando i due pianeti entrano in collisione scatta il panico.

Per fortuna non ci sono ancora molti spettatori ad assistere a questo disastro.

In ogni caso, come tutto nella vita, passa. Lo scontro si risolve in pochi milioni di anni e la nube emanata dall’esplosione si consolida in due pianeti: la Terra e la Luna.

6) Puoi togliere la Terra dalla sua Luna, ma non toglierai mai la Luna dalla sua Terra

La Luna ci è stata letteralmente strappata di dosso. Ma come tutte le storie finite e non del tutto vissute… Terra e Luna ancora si attraggono.

Il potere della Luna è forte e richiama a sé il movimento delle maree, influendo sulla stabilizzazione del giorno e delle stagioni. La collisione con Theia rende la rotazione della Terra velocissima: un giorno dura solo 5 ore! Sono le maree, con la loro forza attrattiva, che lo spingono a stabilizzarsi sulle 24 ore. Il ciclo circadiano nasce così e va a incidersi da quel momento nel nostro Dna.

Il mega botto con Theia sposta anche l’asse della terra di 23 gradi: è grazie a questa inclinazione che si generano le stagioni. Dallo spazio sono lampanti i cambiamenti legati al trascorrere delle stagioni: sono visibili il verde e l’azzurro dell’estate in un emisfero e la neve nell’altro. Se l’asse della Terra fosse dritto, quasi metà del pianeta sarebbe ghiacciato tutto l’anno; invece, grazie all’inclinazione, sono pochi i posti sulla terra dove la vita non riesce a prosperare.

Da un feroce scontro nasce la dolce cadenza ritmica della giornata e delle stagioni: il ritmo dell’esistenza. I cuccioli nascono a primavera e vengono preparati all’inverno durante la stagione bella, la vita è sincronizzata con il ritmo delle stagioni.

7) La bellezza è figlia dell’incertezza

Caos, violenza e collisioni hanno generato la bellezza che vediamo intorno a noi. La voce di Will Smith ci ricorda quanto sia stupefacente notare il sottile equilibrio tra l’essere qui, il prosperare, e non esserci affatto.

La tempesta non è stata una nostra nemica, non siamo qui a dispetto di essa. Siamo qui grazie ad essa.

Sebbene noi tutti cerchiamo di non essere colpiti dai duri colpi che la vita ci riserva, dovremo ricordare che solo attraverso queste collisioni noi riusciamo a crescere, e ad evolvere. 

E anche nei momenti come questo, dove verrebbe voglia di guardare altrove e nascondere la testa sotto alla sabbia, forse converrebbe tenere alto lo sguardo lì, proprio dove arrivano i colpi, e dove fa più male. 

E domani, chissà, voltandoci indietro, riusciremo forse a leggere anche un disegno, nascosto dietro a questa fitta trama di eventi misteriosi e difficili da accettare. 

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